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Posa pietra d'inciampo a ricordo di Umberto Biancardi

Posa pietra d'inciampo a ricordo di Umberto Biancardi
l’ANPI di Sant’Angelo Lodigiano invita la Cittadinanza alla cerimonia per la posa di una “pietra d’inciampo” in memoria del nostro concittadino Umberto Biancardi, morto nel campo di sterminio nazista di Dachau nel 1945.

La cerimonia avverrà il 16 gennaio 2017 alle ore 14:30 presso la sala di rappresentanza del Comune di Sant’Angelo Lodigiano e la posa sarà effettuata dall’artista tedesco Gunter Demnig autore del manufatto.

Le “pietre di inciampo” (in tedesco Stolpersteine), sono un’iniziativa per depositare nel tessuto urbano e sociale delle città europee una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti. L'iniziativa, attuata in diversi paesi europei, consiste nell'incorporare, nel selciato stradale delle città, davanti alle ultime abitazioni delle vittime di deportazioni, dei blocchi in pietra muniti di una piastra in ottone.
 
Intitolazione della pietra di inciampo: Umberto Biancardi, morto a Dachau (n. 113151) il 25 gennaio 1945.

Ubicazione: marciapiede di Corso Umberto I° all’altezza del n° civ. 30, di fronte a quella che fu negli anni ’40 la “Tipografia Biancardi” (oggi “Casa del Pane”) – si tratta di un sanpietrino in bronzo di dimensioni 96 x 96 mm e 100 mm in altezza.

PROGRAMMA CERIMONIA

Lunedi’ 16 Gennaio 2017

ORE 14:00
Ritrovo presso sala di rappresentanza del Comune di Sant’Angelo Lodigiano

ORE 14:30
Saluto autorità
ANPI - Commemorazione Umberto Biancardi

ORE 15:00
Posa della Pietra d’Inciampo
Gunter Demnig

ORE 15:30
Chiusura Cerimonia

Umberto Biancardi, una vita spezzata

Nella storia della Resistenza il capitolo della deportazione nei lager rappresenta uno dei momenti più drammatici e sofferti. 

Dopo l’8 settembre 1943 e fino al 1945 si calcola che furono seicentomila gli italiani inviati nei campi di concentramento in Germania, di cui 23.826 deportati per motivi politici (22.204 uomini e 1.516 donne). Ne morirono 10.129.
Il lager in cui fu internato il maggior numero di prigionieri politici fu quello di Dachau, dove il nostro concittadino Umberto Biancardi fu deportato e morì il 25 gennaio 1945.

Nel settantesimo anniversario della morte desideriamo fare memoria degli avvenimenti che portarono a quel tragico epilogo.

Umberto Biancardi, di Achille e di Benvenuta Giannoni, nacque il 28 agosto 1903. Nella centralissima via Umberto I, oltre a condurre un negozio di cartoleria, intraprenderà la professione di tipografo seguendo le orme del padre Achille. Nell’agosto 1934 sposerà Teresa Sali, unione allietata dalla nascita di quattro figli. 

Ad interrompere la tranquilla vita famigliare saranno le vicissitudini che seguirono l’armistizio con gli alleati, firmato dal generale Badoglio l’8 settembre 1943, con la conseguente occupazione tedesca dell’Italia Settentrionale e la costituzione delle formazioni partigiane, a cui il santangiolino non mancò di aderire.

Umberto Biancardi appartenne alle Brigate del Popolo (cfr. Gennaro Carbone “Memorie di pietra”, pag. 164), formazioni di orientamento cattolico dette anche Brigate Bianche, una struttura della Resistenza guidata da Enrico Mattei, che ebbero sempre un atteggiamento prudente e che collaborarono con le altre formazioni partigiane apportando un contributo di equilibrio senza rinunciare ai propri principi.

Ed è senza dubbio con questo spirito che Biancardi accettò di stampare nella propria tipografia l’edizione milanese del giornale clandestino antifascista Risorgimento Liberale, organo del Partito Liberale, i cui esponenti a Sant’Angelo furono, fra gli altri, i partigiani Alessandro Tonolli e Piero Speziani.

Il partigiano santangiolino Osvaldo Grecchi, nell’intervista concessa a “Il Ponte” nell’aprile 2003, racconta l’intesa con Biancardi e l’incarico di portare a Milano i giornali, che nascondeva sotto la camicia. 

Le pubblicazioni ebbero vita breve, dal gennaio al 31 luglio 1944, interrotte a seguito dell’arresto di Biancardi, avvenuto il 5 agosto 1944, dopo una improvvisa e sommaria ricognizione fatta dalla polizia segreta nella sua abitazione e nel laboratorio tipografico.

Informazioni importanti le attingiamo dal bollettino mensile della parrocchia di Sant’Angelo Lodigiano, “La Cordata”, in un articolo del dicembre 1970, senza firma, pubblicato in occasione del venticinquesimo anniversario della morte di Biancardi. L’autore, che riteniamo fosse don Angelo Sangalli, riuscì a rompere il comprensibile e naturale riserbo dei famigliari ottenendo notizie anche attraverso la consultazione di documenti, per l’accertamento della morte. 

Umberto Biancardi, dopo l’arresto, venne rinchiuso nel carcere milanese di San Vittore, da qui passò a Bolzano, per essere poi internato nel campo di concentramento di Dachau, numero di matricola 113151, motivo di incarcerazione: Schutzhaftling (deportazione per motivi di sicurezza). 

Da Bolzano scrisse l’ultima cartolina informando la moglie di voler pagare un debito da lui contratto presso una ditta di Milano, aggiungendovi i saluti. Un cappellano militare di Bolzano attestò di averlo visto costantemente stringere a sé un libretto di preghiere.

Da una scheda del campo di concentramento di Bolzano, risulta che Umberto Biancardi è giunto da Milano il 7 settembre 1944 e deportato a Dachau il 5 ottobre 1944.

A Dachau gli venne affidato il lavoro nelle miniere in un distaccamento a dodici chilometri dalla città. Selezionato in seguito per l’eccessiva diminuzione di peso, venne inviato con altri compagni di prigionia al campo centrale di Dachau dove, con la motivazione di un «bagno» (!), trovò la morte il 25 gennaio 1945. Sulla data del decesso vi è però discordanza: sotto le foto che lo ricordano al cimitero santangiolino e sulle pubblicazioni che ricordano il suo sacrificio è indicato il 25 gennaio 1945, mentre nel documento comunicato alla famiglia dalla Croce Rossa Internazionale di Arlonsen (Waldeck) Germania è indicato il 25 febbraio 1945, data che pare più plausibile perché, sempre nello stesso documento, è indicato il 26 gennaio 1945 come data del trasferimento al campo centrale per la cessata idoneità al lavoro nella miniera.

Una vita spezzata nel breve spazio di un semestre quella di Umberto Biancardi, ultima tappa di un cammino fatto di sofferenza, dolore fisico e morale, sostenuto da una fede profonda e da ideali di libertà a cui aveva sempre creduto.

Antonio Saletta

 

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